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FIDANZATI DELL’INVERNO di Christelle Dabos

Ammetto di essere stata attratta dalla copertina più che accattivante, studiata a tavolino per stregare quelle come me che spesso e volentieri acquistano libri senza neppure leggerne la trama (non ne vado molto fiera, ma a volte mi va bene).
Appena l’ho visto solo soletto sullo scaffale della libreria, ho sentito un richiamo ipnotico. Ricordo solo di essere tornata a casa con questo volume azzurro cielo che avevo visto in decine e decine di foto di appassionati lettori. L’avevo desiderato tanto e il mio cervello mi riproponeva a ripetizione le parole preferite di Gollum: «Il mio tessoro».

***

TRAMA: Dimentichiamo la Terra come la conosciamo oggi, perché il romanzo è ambientato in un universo fatto di Arche, 21 per l’esattezza, e dove il nostro mondo è considerato il “vecchio mondo”.
Ofelia vive su Anima, l’arca dove gli oggetti prendono vita. È giovane, timida e maldestra, indossa un cappotto logoro, occhiali grigi ed una sciarpa a tre colori. Piuttosto anonima come protagonista, se non fosse che possiede due doni molto particolari: attraversare gli specchi e leggere il passato degli oggetti semplicemente toccandoli.
La sua vita scorre tranquilla tra la cameretta che divide col fratellino ed il museo, dove lavora come curatrice e si sente davvero se stessa. Ma il suo intero mondo comincia a cambiare quando le Decane della città la promettono in sposa a Thorn, un nobile dell’Arca più lontana e con la peggior reputazione di tutte: il Polo. Ofelia dovrà trasferirsi in un luogo dove nulla le ricorderà casa e dove inganni, pericoli ed illusioni ottiche sono il pane quotidiano. Le domande sono tante: perché proprio lei? Cosa vogliono che lei faccia? E soprattutto, chi è davvero Thorn? Ofelia sarà costretta a fare appello a tutta la sua intelligenza, caparbietà e forza interiore per sopravvivere in un mondo fatto di maschere.

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«Ofelia era un’eccellente lettrice, una delle migliori della sua generazione. Era in grado di decifrare il vissuto dei macchinari strato dopo strato, secolo dopo secolo, risalendo alle mani che nel tempo li avevano maneggiati, utilizzati, amati, danneggiati e aggiustati. Il suo talento le aveva permesso di arricchire la descrizione di ogni pezzo con un senso del dettaglio fino ad allora ineguagliato. Laddove i suoi predecessori si limitavano a mettere a nudo il passato di un ex proprietario, al massimo due, Ofelia era in grado di risalire a quando l’oggetto era uscito dalle mani di chi l’aveva fabbricato»

Comincio col dire che le prime pagine non sono state proprio quello che mi aspettavo, ma del resto non sapevo bene cosa aspettarmi. Sbaglio io che quando sento parlare di mondo magico, immagino scope volanti, bacchette e mantelli dell’invisibilità. Qui la magia è una non-magia, nel senso che c’è ma senza formule, incantesimi e pozioni, come se la natura stessa si fosse caricata di forze prodigiose.
Ed è proprio per le mie errate convinzioni iniziali che apprezzo ancora di più questo romanzo: perché accompagna il lettore a piccoli passi all’interno di un mondo molto fantasioso riuscendo a non farlo risultare confusionario. La Dabos costruisce un’ambientazione fluttuante che muta forma di continuo e che talvolta, in maniera per nulla forzata, ci riporta alla mente qualcosa di familiare:

«Alla fine trovò una scala a chiocciola. Non fece in tempo a posare un piede sul primo gradino che si ritrovò in cima. Non si soffermò a riflettere sul prodigio, stava cominciando ad abituarsi alle bizzarrie spaziali di quel luogo»

Ma tornando ai personaggi, Ofelia all’inizio appare come una ragazza priva di quelle particolari caratteristiche che fanno della protagonista una vera e propria eroina: goffa, silenziosa, non particolarmente bella, senza fronzoli, insomma una personcina comune che svolge un lavoro piuttosto ordinario. Possiede due doni eccezionali ma non li sfrutta come probabilmente li sfrutterebbe il lettore se fosse nei suoi panni, diciamoci la verità.
Eppure, nonostante questo, o dovrei dire grazie a questo, impareremo ad amare questa ragazza e a fare il tifo per lei. Il romanzo altro non è che il viaggio di Ofelia, non solo verso il Polo, ma soprattutto verso la crescita. Alla fine guarderemo questa giovane donna con occhi nuovi, e la vedremo come una ragazza dal temperamento forte, che sarà in grado di farsi largo in un mondo fatto di labirinti di specchi, maschere, inganni e continui pericoli.
A differenza di Ofelia, l’unico personaggio che davvero si svela in questo libro, il suo promesso sposo Thorn è avvolto da una fitta coltre di mistero. Alto, spigoloso e con una cicatrice sul sopracciglio, Thorn appare glaciale come solo un nobile del Polo può essere, ma con l’avanzare delle pagine capiremo che in realtà è tutto molto più complesso di quel che sembra.

A dispetto del titolo, in “Fidanzati dell’inverno” non ci sono dinamiche amorose di rilievo (i due protagonisti a stento si parlano) e anche per questo mi aspetto grandi cose dai due seguiti Scomparsi di Chiardiluna (nelle librerie da Gennaio) e La memoria di Babele.
Non vedo l’ora di leggerli!

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