preloder

Napoli, Ufficio comunale ore 9-30 a.m.

Sala d’attesa completamente vuota.
Mi avvicino sorridendo alla signorina seduta dietro la scrivania, pensando come cavolo avrà fatto a trovare il posto qui e contorcendomi le budella.
«Prego, prenda il numero e attenda il suo turno». Mi guardo intorno per vedere se mi fossi persa qualcuno…mah…forse c’era in atto un torneo di nascondino e io non ne sapevo nulla! Ok, decido di stare al gioco e prendo il mio numero: 48, forse ora devo correre a nascondermi?!
Non so per quanto tempo sono rimasta a fissare quel numero prima di voltarmi per l’ennesima volta a cercare il 47!
Mi avvicino di nuovo «Mi scusi, credo sia il mio turno».
«Mi faccia vedere il numero».
Glielo mostro e lei «Ah, deve aspettare il suo turno, lei ha il 48!»
«Ah, sì?» faccio io, «e dove sono i numeri 1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11-12-13-14-15-16-17-18-19-20-21-22-23-24-25-26-27-28-29-30-31-32-33-34-35-36-37-38-39-40-41-42-43-44-45-46 e 47?!»
Lei, senza proferire parola, mi sorride come se stesse guardando un bambino che prova per la prima volta a farla nel vasino.
Il mio sguardo di rimando è quello che avrei se mi trovassi difronte Cicciolina travestita da parlamentare.
Riprendo posto a sedere, trattenuta dal mandarla a quel paese da non so quale forza sovrannaturale.

A quel punto si presenta un signore di mezza età che mi sorride (restituendomi un po’ di buonumore e fiducia nell’essere umano) e prende posto accanto a me sulla panca degli sfigati.
«Le consiglio di prendere il numero, sennò non la fanno entrare», sono un’esperta ormai. «Oh, la ringrazio ma non mi serve, è una cosa veloce». Poverino, davvero pensa che quella iena lo farà entrare senza numero! Va be’ io il mio dovere di cittadina l’ho fatto nel metterlo in guardia!
Giocherello col numero 48, gli faccio i riccioli ai bordi, quando all’improvviso lo noto: lo sguardo d’intesa tra i due. Lei si alza dalla sua postazione, lui lascia la panca degli sfigati (pardon, della sfigata) e la raggiunge salutandola col bacio sulle guance e chiudendosi la porta alle spalle.
Per sfogarmi, comincio a battere energicamente i tasti invisibili del mio cellulare (è touch, non sono veramente invisibili, è che non ce li ha proprio…) e racconto questa storia sul block-notes virtuale, come fosse il mio diario. Mentre sono intenta a consumare i miei polpastrelli (sta venendo un papiello) la porta si riapre ed esce il tipo. Mi saluta come se niente fosse e si allontana.
Al che, guardo con aria di minaccia la str**za di prima che mi sta facendo un mezzo sorriso malefico «Lei che numero ha?»
«48!» faccio io con una voce che sembra uscita da un film horror.
«Si accomodi, il numero 47 è appena uscito!».

 

Poi mi chiedono perché c’ho i tic…

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