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Sailor Moon

Questa foto è una parte di riscatto.
Il riscatto di una bambina di undici anni che durante la ricreazione se ne stava seduta con la sua compagna di banco a disegnare. Sailor Moon scrisse sotto a quel disegno. E Sailor Moon fu l’inizio di una lunga storia.
Adesso hanno dato un nome a questa storia, adesso ci fanno libri, film e serie tv. Adesso lo chiamano Bullismo. Ci metto la maiuscola, perché è così che si chiama.
Io mi chiamo Giada. Lui si chiama Bullismo.
E in quegli anni Sailor Moon rimbombava tra le pareti di un’aula, di una scuola, echeggiava per la strada, faceva girare i passanti e abbaiare i cani. Sailor Moon cambiava nome, ma le risate crescevano di numero e volume, le dita puntate addosso erano lame affilate per poter penetrare a fondo, molto a fondo.
Le bambine erano forti, erano insieme, ma questa è una di quelle storie che non ha fine, perché lui, Bullismo, è una macchia che ti si attacca alla pelle. Puoi coprirla con bende e cerotti, metterci strati su strati di vestiti, persino il fondotinta che nasconde le cicatrici, ma niente.
Adesso la bambina che disegnava è grande, ma con lei è cresciuta anche la sua macchia, la sua lettera scarlatta. Vivono insieme, giorno e notte, lei e Bullismo. Lui le brucia la pelle, ma lei non può farci niente, così cammina ad occhi bassi tra la gente, porta maglie a collo alto e si rinchiude tra i libri. E a chi con rabbia le chiede «Perché sei tanto insicura?» lei alza le spalle e si lecca la ferita, di nascosto, dietro una porta sbarrata.

Oggi però quella bambina ci riprova, le tremano le mani, le batte forte il cuore, ma prende coraggio e scrive di nuovo il suo Sailor Moon.

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