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Un viaggio lungo una vita

La vita è un po’ come prendere il treno.
Il capostazione fischia e grida: TUTTI IN CARROZZA! Così tu inizi a correre e salti su quel treno che puzza di poltrone consumate e stoffa intrisa di polvere. Prima fermata LAUREA, seconda fermata LAVORO, terza fermata MATRIMONIO, quarta fermata FIGLI.

C’è chi preferisce il rapido, dove il biglietto costa di più, ma almeno arrivi prima. Ci sono quelli che amano a tal punto il viaggio da odiare le fermate, che prendono sempre il posto accanto al finestrino di un regionale malandato e non smettono di guardare il paesaggio, che appena si avvicina sfugge di nuovo via. C’è chi viaggia solo perché si deve viaggiare, perché così è stato deciso e allora tanto vale chiudere gli occhi e lasciare che tutto scorra inesorabilmente.
C’è chi sbaglia binario, ma se ne accorge solo quando è troppo lontano dalla mèta. Allora fa il possibile per cercare un altro treno che lo riporti al punto di partenza, ma non ne trova. È un viaggio solo andata.

E poi ci sono io, che arrivata ai trent’anni, sono stata svegliata dall’acqua a scroscio sul vetro del finestrino. Un assaggio dell’inverno che mi aspettava.
Improvvisamente, destata dal torpore dei venti, mi sono accorta che il mio treno, dopo la prima fermata, aveva avuto un guasto. I passeggeri erano scesi, le luci erano state spente, ed io non avevo sentito niente.
Le porte arrugginite e cigolanti non ci hanno impiegato molto ad aprirsi, sradicate dal mio slancio impaurito. Una volta messo piede a terra, avrei voluto voltarmi per vedere quanta strada avevo percorso e poi guardare di nuovo i binari stesi davanti a me, allungando il collo per cercare di scorgere le fermate che ancora mi aspettavano. Ma la nebbia non lasciava intravedere neanche la carrozza successiva.
In stazione non c’era nessuno a cui chiedere indicazioni. Sembrava tutto abbandonato da chissà quanto tempo. L’orologio sulla banchina non aveva più lancette, i pezzi di vetro scricchiolavano sotto i miei passi incerti, il vento pungeva sempre più man mano che cresceva la consapevolezza di essere rimasta sola.
È stato allora che ho capito che un altro treno non sarebbe passato di lì, e che avrei dovuto mettermi in marcia.

Ed eccomi qui. Il mio nuovo tempo è cominciato. Ho ripreso il mio viaggio, il mio vero viaggio.

                       Ma questa volta, le fermate le decido io.

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